Essere 'Un Velletrano a Roma' (Intervista di Daniel Lestini)

15.11.2017

Show di piazza
Show di piazza
"Dico..."
"Dico..."

Uno Shany Martin a ruota libera quello che ha senza dubbio alzato l'asticella dei suoi impegni di artista comico e che nelle prossime settimane, tra i molteplici impegni di caratura, sarà protagonista su Radio Italia Anni 60 con la sua rubrica "Un Velletrano a Roma". Shany, cosa significa essere un Velletrano a Roma?

E' portare un colore nuovo su una tavolozza strapiena di arcobaleni come Roma. E' la voglia di seguire le orme dei grandi - da Nino Manfredi ad Alberto Sordi arrivando fino a Carlo Verdone -  che hanno raccontato storie di tutti i giorni spiando il barista sotto casa, il parrucchiere del paese o la signora della porta accanto. Velletri è un pozzo di anime e di DNA che merita l'attenzione del grande pubblico. Velletri è Popolo, ed è il Popolo che osservo da quando sono bambino. So tutto di lui, e credo sia arrivato il momento di fare la spia.  

Cosa o chi ha ispirato il tuo cammino artistico?

Mia Madre, Zia Carla e la Commedia Italiana degli anni '60. Ho sempre cercato e continuo a cercare 'la buona stella' capace di indirizzarmi sulla strada dell'ironia, del far sorridere evitando la filosofia del "giusto per farsi due risate e arrivederci". Soprattutto durante i live sto costruendo i miei obiettivi sperando di lasciare qualcosa di concreto nelle menti degli spettatori anche quando le luci dello spettacolo si sono spente. Chissà se un giorno io e i miei colleghi riusciremo a fare questo anche sul web? Ammazza come parlo bene, sono proprio serio. 

I personaggi a cui sei più affezionato?

Fra quelli che imito hanno senza ombra di dubbio conquistato il podio Bruno Pizzul (che è stata una delle mie prime imitazioni che feci guardando Angelo Pintus quando esordì in Tv nel 2007), Carlo Verdone e Paolo Ruffini.

Cosa provi quando riesci a far ridere il tuo pubblico?

E' come mettersi a sedere dopo aver lavorato per 12 ore in cantiere, come bere quando si ha sete, come pensare 'Avevo ragione' dopo aver provato la paura di avere torto. E' un premio che ti fa sentire compreso, che ti toglie la paura di aver sofferto inutilmente. La comicità è dramma, da sempre la risata è nata da una situazione tragica (basti pensare al meccanismo delle comiche e degli sketch in cui gli attori cascavano sulle bucce di banana). Il pubblico avverte quando chi racconta qualcosa in scena ha sofferto davvero quella storia che sta raccontando o meno. E il riderci sopra è un modo per dire "ti siamo vicini, continua". 

Tra dieci anni come e dove ti vedi?

Più bravo di oggi e con un figlioletto a cui vietare di fare l'artista. E magari con qualche capello bianco... in meno.